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LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO

Recensione e rubrica realizzate dalla classe 5C AFM dell'ITES "J.Barozzi" di Modena

LA FUNZIONE CIVILE DEI VERSI DELLA MERINI

La pazza della porta accanto in scena dal 9 al 12 febbraio al Teatro Storchi per la regia di Alessandro Gassmann, si ispira all’omonima opera di Alda Merini, pubblicata nel 1955, in cui la “Poetessa dei Navigli” dà una lettura umana e commovente della sua singolare esistenza. Una vita che ruota intorno all’amore in tutte le sue sfaccettature, ma anche alla sofferenza dell’internamento in manicomio, a causa dei momenti bui della ragione e del suo stile visionario che spesso si concretizza in deliri metaforici, proponendo una visione della realtà da un’ottica particolare. Sono questi gli elementi che emergono dal testo, in atto unico, di Claudio Fava, che ha come scenografia le grigie pareti e le sbarre dell’Istituto, da cui sembra emergere l’idea di una realtà a cui bisogna assuefarsi, come sostiene Alda Merini, interpretata da Anna Foglietta: «Devo restare qui dentro, indossare questi muri come un vestito di festa». La scena si apre sul frivolo spettegolare del personale dell’istituto psichiatrico presso cui stanno per arrivare, annunciati dal suono di un campanello, Alda e il Dottor G. che cerca di entrare in sintonia con lei, facendole domande relative alla famiglia e alla professione. L’incontro si chiude con una visita alla struttura e la protagonista ha la percezione di essere in una realtà satura di regole, che tende a classificare tutti con delle diagnosi: la sua riporterà schizofrenia paranoide. Successivamente ha il primo confronto con le degenti, intente a seguire la grigia routine dell’istituto, scandita dal suono delle campanelle che radunano i pazienti per le somministrazioni mattutine e serali di farmaci. A loro recita dei versi il cui significato appare oscuro alle presenti, in quanto i poeti sono depositari di una “legge” sconosciuta ai più, e questa incomunicabilità li avvicina alla condizione del folle. I malati sono immersi in un’esistenza spersonalizzante, squallida, monotona e rigida: chi infrange le regole viene punito esemplarmente, come accade ad Alda che subisce l’elettroschock, una terapia come tutte le altre nell’ottica del Dottor G., ma che per la poetessa rappresenta il marchio indelebile di un inferno che accompagna all’infinito chi ne fa esperienza. Il medico cerca di incoraggiare Alda a comporre poesie regalandole una macchina da scrivere, ma il contesto emotivo fa percepire alla donna la poesia «una fede senza profeti» e i poeti «soli come bestie, buttati per ogni fango, senza casa libera né sasso per sentimento». La loro condizione di reietti della società somiglia tanto a quella degli ospiti dell’Istituto. Il destino le fornisce una «boccata d’aria nel mondo»: l’occasione di avere una fugace storia d’amore con un giovane paziente, Pierre, ma i due vengono ben presto separati anche se la donna non si rassegnerà e incontrerà per l’ultima volta l’uomo, ormai privato dei ricordi e insensibile. L’atto estremo di Alda è bruciare il padiglione, ma nell’attesa dell’ennesimo elettroschock il destino le fornisce una nuova vita, sgretolando le pareti e aprendo i cancelli: sono gli effetti della Legge Basaglia, che pone fine all’universo manicomiale italiano. La scena, illuminata da un sapiente gioco di luci, è dominata da una struggente Anna Foglietta che, con la sua voce fresca, rappresenta una Alda Merini giovane, mai prostrata dalle violenze su di lei perpetrate da una scienza che non sa leggere le menti, perché vicina alla follia, stato di grazia per l’uomo e simile alla poesia. I momenti salienti sono scanditi da una colonna sonora incisiva e a tratti coinvolgente.

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CONTRO L'ODIO E IL DISPREZZO: LA CULTURA ABBATTE I MURI

L'idea di muro è sempre presente quando si parla di allontanamento, isolamento e discriminazione. Nella storia ne sono stati alzati per conflitti fisici (come la Grande Muraglia Cinese) o ideologici, sociali e politici (come il Muro di Berlino). Tutto nasce dalla mente, principale strumento che aiuta a comprendere la realtà, la quale permette la percezione della diversità, indispensabile per riuscire a conoscere il mondo intorno a noi. Da questo può nascere il muro mentale che è una sorta di barriera la quale impedisce all’anima di poter toccare il cuore e la mente, non permette neanche di filtrare tutte le informazioni necessarie per comprendere chi sta dall’altra parte. Genera solo odio, disprezzo, incomunicabilità nella società e, chi è controcorrente, malato o ribelle, viene spesso isolato e circondato da grandi e possenti mura, capaci di non far né vedere né sentire più la realtà circostante. La paura edifica dogmi e quando vediamo persone che hanno un pensiero diverso, temiamo di abbattere le nostre credenze e così tendiamo a stare con chi la pensa come noi. È un'ideologia cinica e gretta ma sta proprio alla base della discriminazione. Il muro è un limite: è un limite per le azioni umane, è un limite per la scoperta di nuovi orizzonti e realtà. È ora di abbattere questi muri i cui principali mattoni sono l’indifferenza, l’ignoranza, la diffidenza e la cattiveria, e comprendere che il “diverso” non deve generare paura ma curiosità nei confronti del prossimo.

Addae Wendy, Ariss Mariame, Barozzi Riccardo, Bellodi Alessia, Berdan Iulia, Bignardi Cristian, Bisceglia Pasquale, Campagnola Matteo, Crisi Caterina, Cusimano Stefano, De Cristofaro Matteo, De Lauri Sara, Jiamg Valerio, Russolillo Luca, Salvato Ettore, Solato Luca, Stanco Daniele, Vaccari Chiara, Valenti Domiziana, Ventresca Veronica, Vivacqua Simone, Zanni Vittorio

 
 
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