PDF Stampa E-mail

UTOYA

La recensione e la rubrica dei ragazzi della 3G del Liceo Muratori - San Carlo di Modena


 

PERCHE’ ABBIAMO DIMENTICATO UTOYA?

È la tragedia di Utoya quella che viene portata in scena dalla regista Serena Sinigaglia usando il legame tra parole ed emozioni come espediente di riflessione sulla morte dei 69 giovani in campeggio sull’isola, vittime innocenti della follia di Anders Breivik.
L’evento fatale è filtrato attraverso gli occhi di tre coppie di comuni cittadini, interpretate da Arianna Scommegna e Mattia Fabris che si muovono tra betulle spezzate su un algido terreno di specchi frantumati. Ci vengono presentati uomini e donne, ancorati come non mai alle tradizioni, pieni di pregiudizi e incapaci di accettare il cambiamento. Questa tragedia li risucchia con un moto vorticoso lasciandoli inermi e atterriti dinanzi l’entità della catastrofe, che si insinua nella loro quotidianità, stravolgendola.
Il fumo circonda i sei personaggi, entra nella loro quotidianità e in un attimo rompe gli schemi lineari della loro vita. Gli specchi frantumati riflettono le vite spezzate, i tronchi una ferita insanabile.
Sei tagli, uno più profondo dell’altro. Il primo, quello di una ordinaria famiglia norvegese, mostra la fragilità dei nuclei familiari. Marito e moglie ostentano una felicità in bilico, sorretta unicamente dall’amore per la figlia. Il loro equilibrio precario crolla nel momento in cui una situazione fuori controllo li porta a precipitare nel baratro della solitudine. L’uomo si ritrova impotente di fronte all’eventualità di perdere l’unico punto saldo del matrimonio. La donna, sovrastata dalla sofferenza, lascia che il dolore li porti a una rottura definitiva.
Come il marito sovrasta la moglie, allo stesso modo il poliziotto esercita egemonicamente il controllo sulla collega in una situazione in cui il valore morale dovrebbe venire prima di un dovere imposto dall’alto. Nonostante lei voglia intervenire, è bloccata dalla paura che lui le incute.
È diversa l’influenza maschile nella coppia di fratello e sorella, contadini apparentemente non coinvolti nella scena cittadina dell’attacco, ma che si ritroveranno più vicini di quanto si aspettassero.

Le differenze tra uomo e donna risaltano durante l’intero racconto. L’uomo viene dipinto come colui che comanda per natura e la donna si sente oppressa. Nonostante i tentativi di ribellione, si ritrova impotente di fronte alla figura maschile.
La moglie sente il dovere di obbedire al marito, la poliziotta crede di non poter agire senza il permesso del suo superiore, la sorella sente come sua la responsabilità di occuparsi del fratello.
Lo stretto legame tra attori e scenografia genera un’atmosfera coinvolgente che prende l’anima dello spettatore e con gli artigli del dolore avviluppa la sua attenzione, lasciandolo senza respiro.
In realtà sulla scena c’è anche una quarta coppia che non si identifica come un personaggio vero e proprio, ma che nella sua ambiguità rappresenta un concetto molto più importante: è la società norvegese, la pacifica e cordiale società norvegese, che non riesce a dissipare la nube provocata dal crollo di tutti i capisaldi a cui si era fino a quel momento ancorata. E cerca di nascondere tutto, ma la nube filtra dappertutto e, inevitabilmente, ci sarà sempre uno spiraglio da cui le urla delle vittime si potranno sentire.
La nebbia finale vuole forse rappresentare il tentativo di insabbiare il caos generato dalla strage, paragonato all’impatto emotivo del riportare alla luce un fatto che ha disgregato l’ideale di uno Stato fondato sulla presunzione di una sicurezza assoluta.

Martina Chiapponi, Klara Hoxha, Matilde Inzoli Govoni, Giulia Martinelli, Francesca Rompianesi, Maria Teresa Vannini, Ginevra Zanoni.

------------------------

UN GRIDO NEL SILENZIO: IL MESSAGGIO IGNORATO DELLA TRAGEDIA DI UTOYA

Nella nostra apparente realtà privilegiata, dove tutto sembra impeccabile e i problemi sembrano così distanti, noi occidentali tendiamo a nasconderci dietro un velo di ipocrisia, fingendo di non percepire il tarlo di violenza che ci divora da dentro. Lasciamo che le nostre menti vengano violate e non facciamo nulla per preservare i nostri ideali dalla tirannìa degli stereotipi. Quante volte, anche nella realtà giornaliera, diventiamo noi stessi artefici di questo processo?
Alla base della violenza psicologica che impregna la quotidianità vi è la perdita della nostra identità, che nasce da una società malata, non più abituata a guardarsi allo specchio e che adotta l’egoismo come forma di autodifesa. Utoya è solo l’esasperazione delle piccole violenze taciute di tutti i giorni che puntualmente restano impunite. Queste violenze sanno dove colpirci, generano ferite non rimarginabili, che non si risaneranno mai più, come la spaccatura di Sobraten, isola memoriale della strage di Utoya. Respiriamo così tanta aria intrisa di violenze da farci soffocare e scoppiare come bolle di sapone, distruggendo e sfogandoci su coloro che ci circondano. Viviamo in un ambiente tanto inquinato da non potere più mantenere il nostro Io intatto.
Utoya è custode del nostro silenzio, è giaciglio della nostra debolezza, è il tallone d’Achille della società.
E per questo è così, sola, abbandonata tra le onde della nostra rimozione e come un urlo in mezzo al mare non può, e per paura non vuole, essere sentita.

Maria Teresa Vannini, Ginevra Zanoni, Giulia Martinelli, Francesca Rompianesi, Martina Chiapponi, Matilde Inzoli Govoni, Klara Hoxha

 

 

 
 
Tot. visite contenuti : 946592

Calendario

November 2017
S M T W T F S
29 30 31 1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 1 2